La propaganda evoluzionista
Ricostruzioni immaginarie, uomo di Piltdown, uomo del Nebraska e Ota Benga: una critica alla propaganda e alle frodi legate all’evoluzione umana.

Volti inventati. Anche se gli evoluzionisti non riescono a trovare prove scientifiche a sostegno delle proprie teorie, hanno grande successo in una cosa: la propaganda. I suoi elementi principali sono i disegni e i modelli inventati, noti come «ricostruzioni».Una ricostruzione può essere un disegno o un modello di una creatura vivente, realizzato sulla base di un solo osso rinvenuto. L’«uomo-scimmia» che vediamo su giornali, riviste o film non è altro che una ricostruzione.

I disegni evoluzionisti raffigurano creature immaginarie persino nel loro ambiente sociale. Prive di qualsiasi prova su cui fondarsi, queste illustrazioni non sono altro che strumenti di propaganda.
La questione più importante è quanto siano scientifici questi disegni. Poiché i fossili sono spesso frammentari e incompleti, qualsiasi congettura fondata su tali reperti sarebbe interamente frutto dell’immaginazione. Le ricostruzioni evoluzioniste basate sui resti fossili vengono infatti preparate appositamente per adattarsi alla tesi evolutiva. Occorre sottolineare un punto: lo studio dei resti ossei non può rivelare i tessuti molli di una creatura. Capelli, pelle, naso, orecchie, labbra e altre caratteristiche del volto non possono essere determinati dalle ossa. Per chi aderisce all’evoluzione è molto facile inventare una creatura, modellandone a piacimento i tessuti molli. Earnest A. Hooton, dell’Università di Harvard, spiega:

Ricostruire le parti molli è un’impresa molto più incerta. Labbra, occhi, orecchie e punta del naso non lasciano indicazioni sulle ossa sottostanti. Su un cranio neandertaliano si possono modellare con uguale facilità i tratti di uno scimpanzé o quelli di un filosofo. Queste presunte ricostruzioni di antichi tipi umani hanno un valore scientifico molto scarso, se non nullo, e probabilmente non fanno che ingannare il pubblico… Non fidatevi dunque delle ricostruzioni.Earnest A. Hooton, Up from the Ape, New York: McMillan, 1931, p. 332.
Gli evoluzionisti danno vita, attraverso le «ricostruzioni», a creature che esistono soltanto nella loro immaginazione, presentandole alle persone come i «loro antenati». Non riuscendo a trovare esseri «metà uomo e metà scimmia» nella documentazione fossile, preferiscono ingannare il pubblico con disegni inventati.


Gli evoluzionisti si spingono lontano nei disegni immaginari, attribuendo volti diversi allo stesso cranio. Le tre ricostruzioni del fossile chiamato Australopithecus robustus, o Zinjanthropus, ne sono un esempio impressionante.
Un altro celebre esempio della fantasia evoluzionista è lo scandalo dell’«uomo del Nebraska». L’intera storia fu costruita nel 1922 sulla base di un solo molare trovato nel Nebraska, negli Stati Uniti. Pur senza altri elementi a sostegno di quell’unico dente, gli evoluzionisti non si fecero pregare per pubblicare disegni immaginari dell’uomo del Nebraska e persino di sua «moglie».
ATTENZIONE AI TESSUTI MOLLI
Nel 1929 si scoprì che il dente apparteneva in realtà a un maiale selvatico.
Tessuti molli come occhi, naso, orecchie, pelle e capelli non lasciano indicazioni nella documentazione fossile. Nelle ricostruzioni fabbricate nei loro laboratori, però, gli evoluzionisti li modellano come vogliono, producendo creature «metà scimmia e metà uomo» come quelle qui visibili.
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Lo scandalo di Piltdown
Il busto dell’uomo di Piltdown esposto nei musei.Per oltre quarant’anni il cranio dell’uomo di Piltdown fu presentato al mondo come la prova principale dell’«evoluzione dell’uomo». In realtà era la più grande frode scientifica della storia.
Appena venne scoperto l’uomo di Piltdown, molti giornali diedero la notizia in prima pagina. Il titolo in alto fu pubblicato da un giornale londinese dell’epoca.
Nel 1912 Charles Dawson, noto medico e paleontologo dilettante, affermò di aver trovato una mandibola e un frammento cranico in una fossa a Piltdown, in Inghilterra. La mandibola somigliava più a quella di una scimmia, mentre i denti e il cranio erano umani. Questi reperti, denominati «uomo di Piltdown» e ritenuti vecchi di cinquecentomila anni, vennero esposti in numerosi musei come prova assoluta dell’evoluzione umana. Per oltre quarant’anni furono scritti molti articoli scientifici, elaborate interpretazioni e realizzati disegni sul fossile, presentato come un’importante prova dell’evoluzione dell’uomo. Sull’argomento furono redatte non meno di cinquemila tesi di dottorato.Malcolm Muggeridge, The End of Christendom, Grand Rapids: Eerdmans, 1980, p. 59.
Nel 1949 Kenneth Oakley, del dipartimento di paleontologia del British Museum, tentò di applicare il «test del fluoro», un nuovo metodo per datare alcuni fossili antichi. Lo eseguì sul fossile di Piltdown con un risultato sbalorditivo: la mandibola non conteneva fluoro, segno che era rimasta sepolta soltanto pochi anni. Il cranio, che ne conteneva una piccola quantità, aveva appena qualche centinaio di anni.

L’uomo di Piltdown non era altro che un inganno ottenuto unendo una mandibola di orango a un cranio umano. Ricerche dettagliate rivelarono che si trattava della più grande frode scientifica della storia. Il cranio era artificiale: la parte cranica apparteneva a un uomo vissuto cinquecento anni prima e la mandibola a una scimmia morta di recente! I denti erano stati appositamente lavorati con uno strumento e inseriti nella mandibola, e le giunzioni erano state riempite per farli somigliare a quelli umani. Tutte le parti erano state inoltre trattate con dicromato di potassio per conferire loro un aspetto antico.

Così la stampa britannica illustrava il falso fossile di Piltdown. Le Gros Clark, membro dell’équipe che smascherò la falsificazione, non riuscì a nascondere lo stupore e disse:I segni di abrasione artificiale balzarono immediatamente agli occhi. Sembravano talmente evidenti da far sorgere una domanda: com’era possibile che fossero sfuggiti a un esame critico per tutto quel tempo?Stephen Jay Gould, «Smith Woodward’s Folly», New Scientist, 5 aprile 1979, p. 44.Dopo queste scoperte, l’«uomo di Piltdown» fu rapidamente ritirato dal British Museum, dove era stato esposto per oltre quarant’anni. Lo scandalo mostrò chiaramente che gli evoluzionisti non si trattenevano dal fare qualsiasi cosa pur di dimostrare le proprie teorie. Mise inoltre in luce che non avevano alcuna scoperta con cui rafforzarle: non disponendo di prove, preferivano fabbricarsele.

UN INGANNO PROFESSIONALE
Dopo aver collegato una mandibola di orango al cranio, Charles Dawson, a sinistra, li seppellì in una fossa. Questa fu poi riaperta in presenza di Sir Arthur Keith, al centro, uno degli scienziati più rispettati del tempo. Cominciò così la farsa dell’uomo di Piltdown, destinata a durare quarant’anni.
I frammenti che Dawson aveva collocato nella fossa di Piltdown per poi «scoprirli». In seguito furono abilmente ricomposti.
L’uomo del Nebraska: un dente di maiale. Nel 1922 Henry Fairfield Osborn, direttore dell’American Museum of Natural History, dichiarò di aver trovato un molare fossile nel Nebraska occidentale, vicino a Snake Brook, attribuendolo al Pliocene. Il dente avrebbe presentato caratteristiche umane e scimmiesche. Seguì un acceso dibattito scientifico: alcuni lo attribuirono a Pithecanthropus erectus, altri lo ritennero più vicino a un dente umano. Il fossile fu chiamato «uomo del Nebraska» e subito «battezzato scientificamente» Hesperopithecus haroldcooki.

Il disegno qui accanto fu realizzato sulla base di un unico dente e pubblicato sull’Illustrated London News il 24 luglio 1922. Gli evoluzionisti rimasero però profondamente delusi quando si dimostrò che il dente non apparteneva né a un essere simile a una scimmia né a un uomo, bensì a una specie suina estinta da molto tempo.
Molti ricercatori noti sostennero Osborn. Da un solo dente vennero disegnate ricostruzioni della testa e del corpo dell’uomo del Nebraska. Fu persino raffigurato con moglie e figli, tutta la famiglia immersa in uno scenario naturale. Tutte queste ricostruzioni derivavano da un unico dente. Gli ambienti evoluzionisti accreditarono a tal punto questo «uomo fantasma» che il ricercatore William Bryan, opponendosi a conclusioni soggettive fondate su un solo dente, subì critiche feroci. Nel 1927 furono rinvenute altre parti dello scheletro: mostrarono che il dente non apparteneva né a un uomo né a una scimmia, ma a Prosthennops, una specie di cinghiale americano estinta da tempo. Per denunciare l’errore, William Gregory intitolò il suo articolo su Science «Hesperopithecus: apparentemente né scimmia né uomo».W. K.
Gregory, «Hesperopithecus Apparently Not an Ape nor a Man», Science,
vol. 66, dicembre 1927, p. 579.
In seguito tutti i disegni di Hesperopithecus haroldcooki e della «sua famiglia» furono rapidamente ritirati dalle opere evoluzioniste.
Ota Benga: l’africano in gabbia
OTA BENGA: «Il pigmeo nello zoo». Dopo aver aperto la strada con The Descent of Man (L’origine dell’uomo), sostenendo che l’uomo si fosse evoluto da creature simili alle scimmie, Darwin cominciò a cercare fossili per dimostrarlo. Alcuni evoluzionisti credevano però che creature «metà uomo e metà scimmia» potessero trovarsi non soltanto nei fossili, ma anche vive in varie parti del mondo. All’inizio del XX secolo, la ricerca di «anelli di transizione viventi» provocò episodi tragici, fra cui la storia di un pigmeo chiamato Ota Benga. Fu catturato nel Congo nel 1904 da un ricercatore evoluzionista. Nella sua lingua il nome significava «amico». Aveva moglie e due figli. Incatenato e rinchiuso in una gabbia, fu portato negli Stati Uniti, dove i ricercatori lo presentarono al pubblico dell’Esposizione universale di St. Louis insieme ad altre specie di scimmie. Fu descritto come «l’anello di transizione più vicino all’uomo». Due anni dopo lo trasferirono allo zoo del Bronx, a New York, esponendolo come uno degli «antichi antenati dell’uomo» insieme ad alcuni scimpanzé, un gorilla chiamato Dinah e un orango chiamato Dohung. Il direttore evoluzionista dello zoo, il dottor William T. Hornaday, pronunciava discorsi in cui si dichiarava orgoglioso di accogliere questa «forma di transizione» e trattava Ota Benga esattamente come un animale. Incapace di sopportare quel trattamento, Ota Benga finì per togliersi la vita.Philips Verner Bradford, Harvey Blume, Ota Benga: The Pygmy in the Zoo, New York: Delta Books, 1992.
L’uomo di Piltdown, l’uomo del Nebraska, Ota Benga… Questi scandali mostrano che gli scienziati evoluzionisti non esitano a ricorrere a metodi estranei alla scienza pur di dimostrare la propria teoria. Esaminando le presunte prove del mito dell’«evoluzione dell’uomo», ci troviamo davanti a una situazione simile: una storia inventata e una moltitudine di volontari disposti a tutto pur di giustificarla.

