Dio non è così!
Una lettura di Sigrid Hunke sui pregiudizi occidentali verso l’islam, sulle crociate e sui racconti storici riguardanti la biblioteca di Alessandria.
All’inizio del suo libro «Dio non è così», Sigrid Hunke riconosce che nessun popolo è frainteso dall’Occidente quanto quello islamico. Benché l’Occidente adotti un atteggiamento tollerante verso altre culture, nei confronti dell’islam appare più intransigente, facendo propri pregiudizi che hanno consolidato uno stereotipo negativo sull’islam e sui musulmani.
Hunke presenta questo libro come una continuazione della sua precedente difesa della civiltà arabo-islamica nel celebre «Il sole arabo risplende sull’Occidente», pubblicato nel 1960. Intende smascherare i pregiudizi occidentali sulla cultura arabo-islamica, che ne bollano gli esponenti come «una canaglia di pecore» e «gli artefici della grande ricchezza degli sceicchi del petrolio», aggiungendo l’accusa di «asservimento delle donne». A questo proposito, Hunke ritiene che non tutto ciò che viene attribuito all’islam sia necessariamente islamico. La società occidentale è vittima di campagne diffamatorie ostili alla diversità al proprio interno, in particolare a quella islamica, e della paura per il crescente numero di musulmani in Europa.
Hunke ricorda che l’inglese William aveva diffuso l’uso del termine «maomettani» per indicare i musulmani, propagando racconti falsi su ciò che facevano i seguaci dell’islam nell’epoca andalusa. Li descriveva come «negromanti e maghi» e «offerenti di sacrifici agli idoli». Nonostante la falsità di queste affermazioni, il nome «maomettani» è ancora comune in Occidente e rivela quanto sia superficiale la conoscenza popolare dei musulmani. È sorprendente che l’Occidente, dopo quasi tre secoli di confronto con loro durante le crociate e otto secoli di vicinato in Spagna, possieda ancora informazioni false sui musulmani, considerati «schiavi della gendarmeria inferiore», diffondendo nell’immaginario occidentale una percezione negativa di loro, a differenza degli altri popoli del mondo.
| Hunke ritiene che sia uno dei giudizi più ingiusti formulati dall’Occidente sull’islam, che sarebbe stato “diffuso con il fuoco e con il filo della spada tatara”. Sottolinea che l’islam non è una religione missionaria e che il versetto “Non c’è costrizione nella religione” era vincolante per tutte le conquiste islamiche. |
L’autrice ricorda che fra le principali cause di questa immagine negativa vi fu l’operato di papa Urbano II, che nel suo discorso invitò a «liberare il sepolcro di Cristo dai nemici del Signore». Secondo Hunke, perseguiva soltanto obiettivi politici della Chiesa, primo fra tutti sanarne la frattura e ricondurre la Chiesa orientale dissidente a un’unica unione ecclesiale sotto la propria guida. L’appello fu una causa diretta delle crociate fra Occidente e islam. Hunke presenta un esempio dell’ostilità e delle menzogne diffuse in Occidente: dopo la battaglia di Hattin e la riconquista della Città Santa, i promotori delle crociate furono presi dalla furia. Alcuni monaci realizzarono disegni raffiguranti un uomo che «calpesta il sepolcro di Cristo» e un altro che «schiaffeggia Cristo». Li portavano per le strade, proclamando che a colpire Cristo fosse «Muhammad».
L’autrice sottolinea che i pregiudizi occidentali sui musulmani si alimentano ancora di numerosi sofismi, derivanti da una comprensione distorta e ingiusta della religione dell’avversario. Gli stereotipi si manifestano in sei ambiti: la fede e la concezione musulmana dell’Essere divino; la percezione occidentale del fondatore di questa fede, confuso con Dio; la conoscenza dei credenti musulmani; la convivenza con chi professa una religione diversa; la condizione delle donne nella storia, nella vita coniugale e nel lavoro; infine, la politica contemporanea.
Sotto questo titolo Hunke mostra l’errore di tale concezione, considerandola uno dei giudizi occidentali più ingiusti sull’islam, che sarebbe stato «diffuso con il fuoco e con il filo della spada bataria». Per confutare la tesi, sottolinea che l’islam non è una religione missionaria e richiama il versetto: «Non c’è costrizione nella religione». Questo principio era vincolante per tutte le conquiste musulmane, che non miravano a diffondere la religione islamica, ma a «estendere l’autorità di Dio sulla Sua terra», come afferma Hunke. Ricorda che, all’epoca, un cristiano era libero di praticare i riti religiosi in cui credeva. A confermare che l’islam non si diffuse con la spada è il fatto che i musulmani del Sud-est asiatico raggiunsero i duecento milioni, superando gli stessi Arabi musulmani, mentre l’esercito islamico non raggiunse le regioni della Cina, della Russia e del Sudafrica in cui l’islam si era diffuso.
Al culmine della civiltà arabo-islamica, alcuni manifestarono il proprio entusiasmo convertendosi all’islam e adottando la «civiltà dei conquistatori», al punto da assumere nomi e abiti arabi. L’arabizzazione riguardò persino lo stile di vita e il matrimonio. Era una prova dell’«attrattiva della civiltà urbana araba» di allora, di quel «fascino autentico» caratterizzato da generosità, tolleranza e indulgenza, e delle altre irresistibili forze d’attrazione descritte dall’autrice. Oggi, mentre i musulmani attraversano la loro condizione di massima debolezza, centinaia di migliaia di persone ogni anno, da Occidente e da Oriente, entrano nell’islam senza guerre né invasioni.

D’altra parte, dopo la caduta dell’Andalusia e delle ultime due città, Granada e Hamra, la vittoria degli Stati cristiani sui musulmani portò soltanto all’espulsione di questi ultimi e alla loro conversione forzata al cristianesimo. Riprese inoltre l’attività dell’Inquisizione, che perseguitava chiunque passasse a una confessione non cattolica e bruciava pubblicamente chi si convertiva all’islam, durante cerimonie ufficiali accompagnate da riti religiosi. Dunque, lo Stato arabo in Spagna nel 1834 d.C.
Hunke affronta poi una delle più grandi menzogne della storia: «l’incendio della biblioteca di Alessandria». Secondo la versione occidentale, ‘Umar ibn al-‘As, entrato in Egitto, l’avrebbe bruciata sostenendo che, se vi avesse trovato qualcosa conforme al Corano, non ve ne sarebbe stato bisogno e, se vi avesse trovato qualcosa di contrario, avrebbe dovuto essere bruciato. In breve, l’Occidente diffonde questa libertà nella propria cultura.
Affrontando la questione, l’autrice ritiene che l’Occidente sia sempre stato restio ad accusare gli Arabi di falsificare i fatti storici. Ricorda che la biblioteca di Alessandria fu incendiata due volte: la prima nel 47 a.C. e la seconda nel III secolo d.C., a partire dal patriarca cristiano che, nel 272, chiuse il complesso e perseguitò scienziati e filosofi, impartendo ordini e ricorrendo alla stregoneria. «Nel 391 il patriarca Teofilo, con il permesso dell’imperatore Teodosio, demolì l’ultima e più grande accademia, chiamata Serapeo, punto di riferimento degli studenti delle scienze. Ne incendiò anche la biblioteca e i trecentomila manoscritti». Queste antiche biblioteche egiziane non esistevano dunque quando gli Arabi entrarono ad Alessandria nel 642. Alla luce di questi fatti, Hunke ritiene che l’Occidente continui ad aderire a un falso racconto da esso inventato, mentre la storia dimostra il contrario.

Hunke ritiene che i musulmani non abbiano chiamato il Corano «il Libro dei libri» per giustificare l’incendio degli altri libri: sarebbe invece una denominazione cristiana del Vangelo, a imitazione della cultura greca. Anche la biografia di ‘Amr ibn al-‘As contraddice il falso racconto: egli stesso dettò il trattato che imponeva alle sue truppe di non devastare coltivazioni ed edifici. Entrò in Egitto nella direzione opposta a quella seguita dal profeta Mosè durante l’esodo. Nel Deuteronomio, capitolo VII, versetti 5-16, quando Mosè e il suo popolo lasciarono l’Egitto, si legge: «Ecco come agirete con loro: demolirete i loro altari, spezzerete le loro dita, taglierete i loro recinti e brucerete nel fuoco le loro statue… E mangerete tutti i popoli che il Signore vostro Dio vi consegna. Il vostro occhio non li risparmi». In senso opposto venne il patto arabo di sicurezza firmato da ‘Amr ibn al-‘As con il patriarca di Alessandria al-Muqawqis: «Questo patto si applica a tutte le parrocchie cristiane, ai loro sacerdoti, monaci e monache, e garantisce la sicurezza delle loro persone ovunque si trovino, delle loro chiese e delle loro case».
«Dio non è così» richiama dunque la necessità di riesaminare le menzogne storiche che circolano in Occidente. Hunke conclude che l’Occidente dovrebbe abbandonare i propri pregiudizi sui musulmani e gli errori che diffonde. Nelle parole finali definisce l’islam una delle «religioni più tolleranti e giuste», sottolineando di non avere alcuna parzialità in suo favore e invitando l’Occidente ad accettarlo oggi come «partner e amico».
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