Episodio 8 – Perché siamo qui in questa vita?
Perché esistiamo e che cosa ci attende dopo la morte? L’episodio confronta le risposte atee al senso della vita con la prospettiva islamica.
Perché siamo qui in questa vita?
Perché sono qui in questo mondo? Qual è lo scopo della mia esistenza? Dove andrò dopo la morte? Sono domande innate sul fine: con esse ci interroghiamo sullo scopo della nostra esistenza. Sono domande che ci distinguono dagli animali, mossi soltanto dagli istinti. Questa componente innata, il senso dello scopo, è misericordia e tormento… come vedremo in questo episodio…
Lode a Dio, e preghiera e pace sul Messaggero di Dio.
Il senso dello scopo: misericordia e tormento
Il senso dello scopo è misericordia e tormento:
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Misericordia nella prospettiva della fede: perché spinge con forza l’essere umano a cercare la risposta; egli è così attratto dalla vera religione, che risponde a queste domande con risposte appaganti, disseta l’anima e convince la ragione. L’uomo si unisce allora al suo Signore, attinge alla luce pura della rivelazione e diventa come una navicella che si era smarrito nello spazio, poi si è collegato al suo punto di partenza e alla sua destinazione e ha cominciato a muoversi secondo un piano tracciato, fino ad approdare al sicuro.
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Tormento per l’ateo: questa componente innata è invece un tormento per l’ateo, poiché suscita domande senza risposta; e se tenta di rispondere, finirà per provare un senso di nichilismo, dell’assenza di senso e dell’assenza di valore.
In questo episodio vedremo un esempio di tale tormento, poi le confuse manovre degli atei per sfuggirvi; infine vedremo la dignità dell’uomo nella fede e la sua bassezza nell’ateismo.
Esempi del tormento degli atei
William Provine: nichilismo e assenza di senso
William Provine, professore di storia della biologia alla Cornell University, è ateo: dove lo ha condotto il suo ateismo? Vediamolo…
Provine vi dice dunque ciò che dicevano gli antichi: «Dicono: “Non c’è che questa nostra vita terrena: moriamo e viviamo e solo il tempo ci distrugge”» [Corano, Al-Jāthiya 45:24]. Egli riconosce che questo significa l’assenza di ogni significato e di ogni fine della vita.
Provine era guarito da un tumore al cervello, ma si aspetta il ritorno della malattia. A che cosa lo conduce il suo ateismo nell’affrontare questa prospettiva? Vediamo…
Ecco dunque il risultato! Poiché la vita non ha né fine né senso, o questa vita è bella in un senso materiale e bestiale, oppure è meglio porvi fine da soli. Per questo diciamo che la domanda sul fine è un tormento per chi nega l’esistenza di Dio.
Vediamo alcuni esempi di come gli atei affrontano la domanda sul fine e il suo tormento, e di come cercano di sottrarsi a questa domanda…
Richard Dawkins: banalizzare la domanda sul fine
All’ateo Richard Dawkins fu chiesto se la scienza risponda alla domanda: «Perché siamo qui in questa vita?» Come rispose? Guardiamo…
Secondo Dawkins, dunque, la domanda «Perché siamo qui?» è una domanda sciocca, che non merita risposta e che chi la pone non ha il diritto di porre. Strano! Perfino i bambini chiedono il fine di tutto ciò che vedono; invece, secondo l’ateismo, è sciocco chiedere il fine dell’esistenza dell’uomo, che dovrebbe essere la cosa più importante in questa vita.
La scienza sperimentale cerca di conoscere il fine dell’esistenza delle cose e dei fenomeni naturali intorno a noi. Secondo l’ateismo, esplora e domanda quanto vuoi, ma non hai il diritto di chiedere il fine della tua stessa esistenza, tu che esplori.
Quando parliamo di norme religiose, spesso ci viene opposta la frase: «L’uomo ha esplorato Marte e voi continuate ancora a parlare di queste questioni». Ma la domanda è rivolta a voi, ignoranti! È ragionevole che l’uomo esplori la Luna e Marte, parli delle galassie lontane miliardi di anni luce, e poi ignori la propria interiorità e il fine della sua esistenza?
Fratelli, questa risposta di Dawkins, estremamente sciocca, è in realtà coerente con la visione atea puramente materialista: il caso cieco non fa nulla per un fine e la scienza sperimentale non può davvero conoscere il fine della vita. Ma, invece di riconoscere che ciò dimostra l’insufficienza della visione puramente materialista, gli atei concludono che la domanda «Perché siamo qui?» è sciocca, perché il loro materialismo non vi risponde.
Non stupitevi quindi che Dawkins dica:
L’universo, così come lo osserviamo, possiede esattamente le caratteristiche che ci aspetteremmo se, in realtà, non avesse progetto, né fine, né male né bene: nulla se non una crudele indifferenza cieca.
Questo è dunque il metodo scelto da alcuni atei per affrontare il senso innato dello scopo: banalizzare questo sentimento.
Nichilismo esistenziale: fabbricare il senso
Altri invece vi dicono: sì, sul piano teorico la vita non ha un vero scopo né significato; ma non possiamo vivere secondo questa visione teorica, quindi dobbiamo cercare di fabbricare il significato, cioè illuderci che esista un fine, per poter vivere. Questa idea si trova in una corrente filosofica chiamata nichilismo esistenziale.
L’uomo può ingannare se stesso per un certo tempo, ma che cosa accade dopo? Che cosa hanno scelto alcuni come alternativa a questo difficile compito, quello di illudersi che la vita abbia un fine mentre non credono in ciò che viene dopo la morte?
Vi risponde uno dei maggiori registi americani, l’ateo Woody Allen. Vediamo che cosa dice:
Egli dice dunque che i media ingannano le persone e fanno loro credere che la loro vita abbia un significato, quando in realtà ne è priva; e che il mezzo migliore è distrarle e tenerle occupate, affinché non si chiedano quale sia il senso della vita e non affrontino l’amara verità: essa non ha senso. Bisogna continuare a distrarsi e a tenersi occupati, perché se ci si siede da soli anche per poco, irrompe la domanda: quale sarà il mio destino dopo la morte?
Ricorda queste sue parole quando leggi la parola di Dio Altissimo: «Non siate come coloro che dimenticarono Allah ed Egli fece loro dimenticare sé stessi» [Corano, Al-Ḥashr 59:19]. Dimenticarono Dio, ed Egli fece loro dimenticare il fine per cui furono creati e l’opera che avrebbe giovato loro; si occuparono di ogni cosa tranne che della propria interiorità.
Lawrence Krauss: godersi il caso
Un altro modo di aggirare il senso dello scopo è quello seguito dal professore ateo Lawrence Krauss. Krauss ha pubblicato alcuni mesi fa un libro, «La più grande storia mai raccontata: perché siamo qui», e quale contrasto tra il titolo e il contenuto! Il libro è un tentativo di rendere il nichilismo più accettabile agli atei, di attenuare il dolore della domanda sul fine dell’esistenza e sul destino dopo la morte.
Krauss tenne una conferenza alla università di Conway con gli stessi contenuti del libro e, dopo aver illustrato l’incredibile precisione delle leggi secondo cui l’universo procede, disse:
Il mondo in cui viviamo è del tutto eccezionale, ma è un caso.
E che cosa concluse Krauss alla fine? Vediamo…
Vi dice dunque di non sentirvi depressi perché la nostra vita è priva di senso, ma di godervi questo caso che vi ha portati nell’universo.
Tutti questi sono tentativi di aggirare il senso dello scopo, perché è un sentimento innato e profondo che inaridisce il cuore, tanto che solo l’acqua pura della rivelazione può dissetarlo. Sono tutti stratagemmi psicologici con cui gli atei ingannano se stessi, proprio loro che dicono ai credenti nell’esistenza di Dio che ingannano se stessi.
Jean-Paul Sartre: il ritorno al Creatore
Il combattivo ateo francese Jean-Paul Sartre non sopportò di continuare in questo inganno. Dopo molti anni trascorsi a combattere il principio dell’esistenza di Dio, la voce della sua natura innata e del suo senso dello scopo si levò ed egli disse:
Non sento di essere figlio del caso, un granello di polvere in questo universo; vedo invece me stesso come una persona tenuta in considerazione, preparata per uno scopo, predestinata. In breve, come un essere che non può essere posto in questa vita se non da un Creatore; e con la mano creatrice intendo Dio.
Sartre lasciò allora il suo ateismo e riconobbe l’esistenza di Dio, ma purtroppo non secondo la religione dell’Islam.
Torniamo a dire che le domande del senso dello scopo sono pressanti e affrontarle è assai doloroso per l’ateo: l’uomo senza fine diventa insignificante e privo di valore, e quanto è difficile sentirsi insignificanti!
La dignità dell’uomo nella fede e la sua bassezza nell’ateismo
L’ateo Stephen Hawking, che come abbiamo ricordato in precedenza diceva:
La specie umana non è che una sporcizia chimica, esistente su un pianeta di dimensioni medie.
diceva anche, nello stesso contesto:
Siamo completamente privi di importanza, tanto che non riesco a credere che tutto questo universo esista per noi.
Analogamente, sui siti degli atei si trovano parole testuali:
La nostra nuova immagine della cosmologia ci dice che nell’universo siamo più insignificanti di quanto immaginassimo; non abbiamo alcun valore. Perché un universo simile, nel quale siamo così privi di importanza, dovrebbe essere stato creato per noi?
Nella concezione islamica siamo creati per un fine grandioso: adorare Dio Altissimo e formare una relazione d’amore tra noi e Lui, affinché si manifestino in noi gli effetti dei Suoi attributi, della Sua generosità, dei Suoi doni, della Sua misericordia, del Suo perdono, della Sua guida e della Sua benevolenza. Un fine simile merita che l’universo sia posto al servizio di chi ne è incaricato.
Dio Altissimo dice: «Vi ha sottomesso tutto ciò che è nei cieli e sulla terra: tutto proviene da Lui» [Corano, Al-Jāthiya 45:13].
Gli atei invece vi dicono: «No, siamo più vili e più bassi di questo», e tuttavia alcuni ritengono che l’ateismo rispetti l’uomo.
È come se gli atei dicessero: il nostro scopo nella vita è convincere le persone che la vita non ha alcuno scopo.
L’uomo nella visione atea è una sporcizia chimica, insignificante, non merita che l’universo esista per lui; le sue origini animali sono degradate, la credibilità della sua ragione è dubbia, come abbiamo mostrato, la sua vita è senza senso, senza una morale assoluta, senza fine. Persino il suo interrogarsi sul fine e sul destino è una domanda insignificante; chi tra gli atei afferma il contrario contraddice il proprio ateismo e non è coerente con se stesso. Eppure alcuni credono che l’ateismo rispetti la ragione e l’uomo.
Lode a Dio, che ci ha onorati con la condizione di servitù verso di Lui e non ci ha resi tra coloro che hanno rifiutato questa condizione, umiliando se stessi con le proprie mani. «Chi è umiliato da Allah non avrà chi lo onori» [Corano, Al-Ḥajj 22:18].
La pace e la misericordia di Dio siano su di voi.